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VACANZE IN TERNI

A Gubbio, il Palazzo dei Consoli; a Montefalco, S. Francesco; ad Orvieto, il Duomo ed il Palazzo del Popolo; a Spello, la Cappella Baglioni in S. Maria Maggiore; a Spoleto, il Duomo, S. Salvatore, S. Pietro e nei dintorni la cascata delle Marmore; a Todi, cittadina dall’aspetto medievale, la piazza del Popolo ed i monumenti che vi si prospettano e S. Maria della Consolazione. A Perugia: la fontana maggiore, la Cattedrale, il Palazzo dei Priori con la Galleria Nazionale dell’Umbria, gli affreschi del Perugino al Collegio del Cambio, S. Bernardino e S. Pietro. Ad Assisi, la chiesa di S. Francesco e gli affreschi di Giotto nella basilica inferiore, S. Chiara, S. Maria degli Angeli e S. Damiano, vale un’escursione l’eremo delle carceri. La gastronomia tradizionale umbra è dominata dall’olio di oliva, dalle carni di maiale arrostite e dall’impiego di ingredienti prestigiosi come il tartufo, autentica gloria regionale, che la cucina popolare ha saputo interpretare realizzando piatti semplici e gustosi. Dalla cucina contadina vengono pochi modi di cucinare la pastasciutta, i legumi, la polenta, la carne di maiale e la selvaggina. I contadini amavano poco le minestre e ancor meno l’insalata e, quando potevano, preferivano piatti più sostanziosi accompagnati da un buon bicchiere di quel vino che oggi annovera produzioni di eccellenza assoluta: il bianco “Orvieto”, i rossi ‘Montefalco Sagrantino’ e ‘Torgiano Rosso’. Una qualità della cucina umbra è l’onestà intesa come necessità di valorizzare la materia prima per quello che è, senza particolari artifici; ne deriva che per preparare qualsiasi piatto umbro occorrono tre elementi fondamentali, il fuoco di un camino o di un forno, prodotti del luogo e adeguata disponibilità di tempo. La ‘torta al testo’ rappresenta il segno tangibile di questo approccio alla tavola, farina, acqua e sale sono gli unici ingredienti, con l’aggiunta di un po’ di strutto: dopo un’accurata manipolazione, l’impasto è pronto per essere cotto su una lastra rovente o sul piano del camino. Gli ‘strangozzi’ invece fanno di necessità virtù; impastati senza uova, un tempo merce preziosa, lavorati grossolanamente sulla spianatoia, affettati rapidamente e poi allungati uno a uno, hanno la struttura e la consistenza ideali per assorbire il sugo o per esaltare il sapore dei funghi o del tartufo. Riservata alle grandi occasioni la pasta all’uovo, così come il brodo di gallina, il pollo arrosto e la carne in genere alle feste religiose, alle nozze o per la mietitura, alle puerpere e ai convalescenti, secondo l’antico adagio:” quando il contadino mangia la gallina o sta male lui o la gallina”.
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